Opporsi al razzismo e alle politiche identitarie. Remigrazione: a Milano il summit dei mostri

“Basta sostituzione, ora remigrazione”: con questo slogan sabato 18 aprile il fior fiore del fascistume leghista nostrano si ritroverà a Milano per dare forza al progetto di espulsione forzata del maggior numero possibile di immigrat*, qualunque sia il loro stato giuridico o il documento che hanno in tasca.

In un mondo scosso sempre più violentemente da guerre, crisi climatiche, impoverimento sociale, la ricerca di un capro espiatorio sul quale fare ricadere la responsabilità di ogni disastro è all’ordine del giorno; e le minoranze, qualunque esse siano, rivestono, sempre e in ogni epoca, questo ruolo.

Lo Stato nazione lo sa molto bene e, qualunque sia il colore dei suoi gestori e delle sue burocrazie, è sempre pronto a manovrare in funzione degli interessi dei ceti dominanti. Dato che il peggioramento della condizione sociale di gran parte della popolazione potrebbe dar vita a momenti di crisi e di rottura dello status quo, le politiche governative cercano di anticiparli individuando obiettivi da dare in pasto alla pancia di un insieme sociale decostruito. La popolazione immigrata rappresenta uno di questi obiettivi, con i ‘maranza’ nell’occhio del ciclone. E se il moderatismo della sinistra si è “limitato” a sfornare la Turco Napolitano e i dispositivi anti immigrazione a firma Minniti e Orlando, chi li ha succeduti, forte dei successi elettorali costruiti in gran parte sulla criminalizzazione dell’immigrazione e della popolazione rom, ha progressivamente schiacciato il piede sull’acceleratore di politiche sempre più restrittive e infami, arrivando all’esternalizzazione nel campo di concentramento in Albania. Stampa, televisione, i social al servizio di questo disegno hanno contribuito ad alimentare un clima favorevole concorrendo a creare la situazione odierna. Teorie di stampo complottista, che trovavano i loro adepti in cerchie ristrette di rottami dei passati regimi nazifascisti, hanno trovato un’audience più ampia e ora si presentano al pubblico in tutto il loro squallore umano.

La proposta della ‘remigrazione’ – cioè dell’espulsione dal paese di chi ha origini straniere anche se ne ha la cittadinanza – nasce dall’incontro di militanti dell’estrema destra tedesca e austriaca nel novembre del 2023, poco prima delle elezioni europee dell’anno successivo. Nasce come risposta politica al complotto della ‘grande sostituzione’, che verrebbe orchestrato dalle élite politiche ed economiche (leggi Soros & C), secondo il quale le popolazioni bianche e cristiane verrebbero volutamente sostituite da immigrati non europei, principalmente africani e islamici.

Grazie a Elon Musk e ai suoi social queste ‘teorie’ hanno acquisito progressivamente notorietà, diffondendosi a ritmi esponenziali. La seconda nomina di Donald Trump alla presidenza USA è stata la ciliegina sulla torta, trasformando la ‘teoria’ in programma politico. L’espulsione su larga scala di migranti, richiedenti asilo, residenti di lungo periodo, persino di individui con cittadinanza, anche di seconda generazione, ma considerati ‘non assimilati’, è diventata pratica corrente negli USA e un volano acceleratore per le destre europee.

Non a caso il 26 marzo il Parlamento europeo ha deciso di accogliere la proposta di riforma sui rimpatri sostenuta dal centro-destra (il Partito Popolare) e dalle destre sovraniste e radicali (l’ERC e i cosiddetti Patrioti). Una riforma dei regolamenti incentrata soprattutto sull’incremento della detenzione amministrativa dei cosiddetti irregolari (fino a 24 mesi), sull’apertura dei ‘return hubs’ (campi di concentramento per il ‘ritorno’) sul modello italiano dell’Albania e sull’aumento delle espulsioni verso paesi terzi. Non manca la possibilità per i governi di organizzare vere e proprie cacce – ovviamente su base etnica – all’irregolare di turno in luoghi pubblici e privati, sul modello della trumpiana ICE. Non siamo alla ‘remigrazione’ come parola, ma la sua sostanza c’è tutta.

Non stupisce quindi che ci sia chi abbia lanciato il 18 aprile un provocatorio Remigration Summit a Milano, in piazza Duomo, una settimana prima della manifestazione per il 25 aprile. Si tratta della Lega di Salvini, che ha invitato i pezzi grossi del sovranismo europeo, dall’olandese Wilders al lepenista Bardella, al ceco Babis, oltre agli spagnoli di Vox, a portoghesi, ungheresi, austriaci e fiamminghi. Per Orban si vedrà, dipende dal risultato elettorale.

Un’operazione che apre la campagna elettorale di Salvini, intenzionato una volta di più a incentrare la campagna sulla pelle della parte più debole e ricattabile del mondo del lavoro, quello immigrato, cercando di togliere a Vannacci, a Casapound e compagnia la paternità sul tema. Intanto ‘giornali’ come ‘la Verità’ e ‘Panorama’ si sono preoccupati di fare da volano all’iniziativa pubblicando come inserto il testo del teorico austriaco di estrema destra Martin Sellner, ‘Remigrazione. Una proposta’: tanto per chiarire da che parte stanno.

Sellner è quello che sostiene che vanno espulsi non solo gli immigrati, ma tutti i cittadini di origine straniera (anche naturalizzati) per affermare il principio che il criterio di cittadinanza deve basarsi unicamente sull’identità etnica. E se proprio c’è bisogno di immigrati per fare funzionare le fabbriche, per lavorare nei campi, per i lavori che i cittadini bianchi e cristiani non vogliono fare, che siano esclusi da ogni diritto di cittadinanza: zitti e muti a versare i contributi per le pensioni altrui, sottoposti al regime dell’apartheid.

Una proposta di stampo etno-nazionalista, della stessa radice che ha alimentato le leggi razziali in Germania e in Italia nel secolo scorso e che ha addirittura scandalizzato gli esponenti lombardi di Forza Italia, i quali ne hanno preso le distanze definendola razzista. Questi esponenti però dovrebbero guardare anche in casa loro, in quel Partito Popolare europeo dove c’è un capo di governo, il tedesco Friedrich Merz, che ha rilanciato il tema della relazione diretta tra immigrazione e violenza e che ha proposto l’allontanamento/rientro dei rifugiati siriani fuggiti dalla guerra.

Tutto questo agitarsi identitario e parafascista sembra non fare i conti con una realtà in essere. Secondo i dati Eurostat, a fronte di una media di 300mila ingressi ‘irregolari’ altri tre milioni di persone entrano legalmente ogni anno in Europa grazie a visti turistici, ricongiungimenti familiari, lavori stagionali, ecc. Mentre i media e gli speculatori politici si concentrano sull’invasione per mare e s’inventano misure sempre più criminali per far sì che gli eventuali naufraghi non vengano soccorsi allo scopo di dimostrare la loro fermezza (e per continuare a lucrare sul commercio della carne umana in combutta con i trafficanti nordafricani), il mondo produttivo europeo continua ad alimentarsi del sudore e della fatica di milioni di sfruttati provenienti da situazioni problematiche. Non potrebbe essere altrimenti, vista la necessità di mantenere il livello di vita della popolazione europea, il suo invecchiamento, il suo progressivo rifiuto delle mansioni più degradanti. Allora c’è da chiedersi come mai gli Stati, l’Unione europea, continuino a praticare politiche repressive invece di trovare soluzioni che, facilitando la libertà di movimento, permettano di superare le criticità che ogni significativo fenomeno migratorio, in entrata o in uscita, produce.

Un esempio lo abbiamo già avuto con l’apertura delle frontiere alle popolazione dell’Est Europa all’indomani della caduta del muro di Berlino: dopo il timore iniziale, amplificato come al solito dalle destre conservatrici e reazionarie, le masse di albanesi, rumeni, polacchi, ecc. che avrebbero portato crimine e disoccupazione, hanno trovato una loro collocazione, in parte si sono fermate, in parte sono rientrate nei paesi d’origine. Perché la stessa cosa non dovrebbe avvenire per altri gruppi di immigrati?

La risposta ce la dà uno Stato che in quanto tale è soprattutto preoccupato di affermare il proprio potere, ancora oggi basato su criteri fondamentalmente identitari, sia su base etnica che religiosa, e in quanto tali necessariamente impermeabili a influssi e infiltrazioni esterne.

Mantenere un assetto rigido e punitivo nei confronti dell’immigrazione vuol dire mostrare il bastone del comando capitalista e agitare lo spettro della remigrazione, significa aumentare il livello di ricatto e quindi di subordinazione. Ma non solo la popolazione immigrata è l’obiettivo del crescente autoritarismo statale: chiunque non si adegui al pensiero mainstream è nemico del popolo italiano, come più volte affermato da esponenti del governo, e quindi possibile soggetto ad un’altra forma di remigrazione, quella dalle libertà sociali.

A quanti hanno a cuore i valori della giustizia sociale, della libertà, della solidarietà, il compito di dimostrare che ben altri sono quelli che devono remigrare, e dove farli remigrare potete ben immaginarlo.

Massimo Varengo

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